Hai sempre sentito di essere particolarmente flessibile. Forse qualcuno te lo ha detto da piccolo, forse lo hai scoperto in palestra o durante qualche corso di yoga. Una cosa di cui andare fieri, in apparenza. Ma poi sono arrivati i dolori. Non un dolore preciso in un punto preciso, ma qualcosa di più diffuso, che cambia sede, che si sposta. Le articolazioni stanche. I muscoli che si affaticano prima degli altri. Una sensazione generale di fragilità che non riesci a spiegare e che i medici faticano a inquadrare.
Potrebbe essere sindrome da ipermobilità articolare. Una condizione molto più comune di quanto si pensi, spesso non diagnosticata per anni.
Cosa significa essere ipermobili
L’ipermobilità articolare è la capacità di muovere le articolazioni oltre il range di movimento considerato normale. Non è solo essere “flessibili”: è una caratteristica strutturale dei tessuti connettivi che rende legamenti, tendini e capsule articolari più elastici del solito.
In alcuni contesti questo può sembrare un vantaggio. Ballerine, ginnaste e atleti di alcune discipline hanno spesso un’ipermobilità fisiologica che favorisce le loro performance. Ma quando questa caratteristica non è gestita correttamente, o quando è generalizzata a molte articolazioni del corpo, diventa una fonte di problemi significativi.
Il motivo è semplice: le articolazioni hanno bisogno di stabilità per funzionare correttamente. Se i tessuti molli che le circondano sono troppo cedenti, la stabilità deve essere garantita dai muscoli in modo compensatorio. I muscoli lavorano più del necessario, si affaticano, si contraggono in modo cronico. Nel tempo, questo produce dolore, rigidità paradossale e instabilità funzionale.
La valutazione clinica: il criterio di Beighton
Lo strumento più usato per identificare l’ipermobilità è il punteggio di Beighton, che valuta la mobilità di cinque distretti: le dita delle mani, i pollici, i gomiti, le ginocchia e la colonna. Un punteggio uguale o superiore a 5 su 9 è considerato indicativo di ipermobilità generalizzata. La valutazione clinica completa considera anche i sintomi associati e la storia del paziente.
I sintomi che nessuno collega all’ipermobilità
Questo è il punto critico. La sindrome da ipermobilità articolare produce una costellazione di sintomi che raramente vengono ricondotti a un’unica causa. Il paziente gira diversi specialisti, riceve diagnosi parziali o inconcludenti, si sente dire che “non c’è nulla di grave” o che è “un po’ ansioso”.
I segnali più frequenti
Perché viene confusa con altre condizioni
La fibromialgia è probabilmente la diagnosi più frequente che viene data a chi ha un’ipermobilità non riconosciuta. I dolori diffusi, l’affaticamento cronico, i punti sensibili alla pressione: il quadro clinico si sovrappone significativamente. Non sono la stessa cosa, ma in alcuni pazienti coesistono, e distinguerle richiede una valutazione attenta.
Anche l’ansia e i disturbi somatoformi vengono spesso chiamati in causa quando i dolori sembrano sproporzionati rispetto ai reperti strumentali. Le radiografie e le risonanze sono quasi sempre normali in chi ha ipermobilità: l’instabilità è funzionale, non strutturale, e non si vede nelle immagini. Questo porta molti pazienti a sentirsi dire che “non c’è nulla” o che il problema “è nella testa”.
Non è nella testa. È nei tessuti connettivi.
Nota importante: esistono forme più gravi di ipermobilità del tessuto connettivo, come la sindrome di Ehlers-Danlos ipermobile (hEDS), che richiedono una diagnosi specialistica e un approccio multidisciplinare. Se i sintomi sono severi e diffusi, è sempre indicata una valutazione medica approfondita.
Il ruolo della posturologia nel trattamento
Chi ha un’ipermobilità articolare non ha bisogno di aumentare la flessibilità, che è già eccessiva. Ha bisogno di aumentare la stabilità. Questo è l’obiettivo centrale di qualsiasi percorso terapeutico sensato.
L’approccio posturologico integrato del Dr. Elio Ribeca lavora su più livelli. Prima di tutto, la valutazione: capire quali distretti sono più ipermobili, come il sistema muscolare sta compensando, dove si sono create le tensioni croniche da sovraccarico compensatorio. Poi il trattamento, che punta a rinforzare la muscolatura stabilizzatrice senza sovraccaricare le articolazioni, a correggere i pattern posturali che aumentano il carico sui punti vulnerabili, e a rieducare il sistema propriocettivo, ossia la capacità del corpo di percepire la posizione delle articolazioni nello spazio.
Quest’ultimo punto è particolarmente importante. In chi è ipermobile, la propriocezione è spesso ridotta: il corpo non percepisce con precisione dove si trovano le articolazioni, e questo aumenta il rischio di microtraumi e posture scorrette. Lavorare sulla propriocezione significa ridurre questo rischio in modo progressivo e misurabile.
Cosa non fare con l’ipermobilità
Lo stretching aggressivo e le tecniche che spingono ulteriormente il range di movimento sono controindicati. Allo stesso modo, il riposo prolungato non aiuta: i muscoli si indeboliscono ulteriormente e la stabilità articolare peggiora. Il percorso corretto è un lavoro progressivo di stabilizzazione attiva, non passiva.
Come si costruisce il percorso di recupero
Non esiste un protocollo unico per l’ipermobilità articolare, perché il quadro clinico varia molto da persona a persona. Alcune persone hanno pochi distretti coinvolti e sintomi limitati. Altre hanno una generalizzazione che riguarda l’intero corpo e un impatto significativo sulla qualità della vita.
In generale, un percorso efficace prevede una fase iniziale di stabilizzazione, con esercizi isometrici e di controllo motorio che rinforzano la muscolatura profonda senza sollecitare eccessivamente le articolazioni. Segue una fase di rinforzo progressivo, che aumenta gradualmente i carichi e la complessità dei movimenti. Infine, una fase di mantenimento e prevenzione, con indicazioni su come gestire le attività quotidiane e sportive in modo da non ricadere nei pattern disfunzionali.
La terapia manuale ha un ruolo di supporto: non per aumentare la mobilità, ma per trattare le tensioni muscolari da compenso e per aiutare il sistema nervoso a “ricalibrare” la percezione corporea.
Domande frequenti sull’ipermobilità articolare
L’ipermobilità è una caratteristica costituzionale dei tessuti connettivi e non si “guarisce” nel senso che la lassità ligamentosa non scompare. Ma i sintomi, ossia il dolore, l’affaticamento e l’instabilità, rispondono bene a un percorso di stabilizzazione e rinforzo. Molte persone con ipermobilità, una volta compreso il meccanismo e lavorato in modo corretto, conducono una vita normale senza limitazioni significative.
Sì, ma con le giuste accortezze. Alcuni sport sono più adatti di altri: quelli che richiedono stabilità e controllo sono preferibili a quelli che spingono ulteriormente la mobilità. La scelta dell’attività fisica va discussa con uno specialista in base al quadro individuale.
Il criterio di Beighton fornisce un’indicazione rapida, ma la diagnosi clinica completa richiede una valutazione specialistica che consideri anche i sintomi, la storia del paziente e l’impatto sulla qualità della vita. Se ti riconosci in molti dei sintomi descritti, una valutazione dal Dr. Ribeca può essere il punto di partenza giusto.
Sì, ha una base genetica e tende a manifestarsi in più membri della stessa famiglia. Spesso genitori ipermobili hanno figli ipermobili, anche se il grado di espressione può variare significativamente. Questa caratteristica tende inoltre a ridursi con l’età, man mano che i tessuti perdono naturalmente un po’ di elasticità.
Riconosci questi sintomi?
Per una valutazione posturologica specialistica contatta lo studio del Dr. Elio Ribeca a Foggia. Se hai dolori diffusi che non trovano spiegazione, un’ipermobilità non riconosciuta potrebbe essere la risposta che stai cercando.
